Asia Centrale Interviste Uzbekistan

Ilyas Zeytulaev si è fermato a Vasto

Il viaggio di un ragazzo uzbeko dai campi di polvere di Angren al professionismo italiano

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Ilyas al Lanciano

Vasto e Tashkent, Dubai e Torino, dagli allenamenti alle sette del mattino prima di andare a scuola all’Abruzzo e alla famiglia. Ha molto da raccontare Ilyas Zeytulaev, ex nazionale uzbeko e calciatore professionista, una carriera iniziata tra l’Uzbekistan e Mosca e sviluppatasi in Italia, che mai banale e sempre gentile ha raccontato molti aneddoti e risposto a molte delle domande che tifosi e appassionati spesso vorrebbero chiedere a chi ha calcato palcoscenici importanti.

Buongiorno, Ilyas. In questo momento stai allenando a livello giovanile. Come sta andando il campionato?

Sto allenando i giovanissimi regionali della Virtus Vasto, qui dove vivo in Abruzzo. Mi piace molto, e cerco di insegnare ai ragazzi sia i valori tecnici sia i valori morali, che ritengo estremamente importanti sia nella vita sia nel calcio. Ci sono infatti ragazzi molto capaci che però non sanno orientarsi e finiscono per perdersi: non basta saper stoppare la palla per realizzarsi nel calcio.

Hai giocato in molte squadre in Italia e, prima, in patria e in Russia. Ritieni che l’educazione dei giovani sia sottovalutata nelle accademie delle squadre professionistiche?

Dipende molto da società a società. Ad esempio, a Torino ho ricevuto una formazione esemplare, soprattutto grazie al mio tecnico di allora Gian Piero Gasperini. Ma ogni società ha i propri metodi, non so dire quanto in generale questi aspetti siano considerati. In Uzbekistan e in Russia…beh, lì i metodi sono un po’ diversi, e non parlo di morale. Moltissime cose le ho imparate anche lì, come la disciplina, il rispetto degli orari, il rispetto, che mi sono state insegnate dai miei primi allenatori tra cui mio padre. Ma i metodi di allenamento erano abbastanza diversi.

In che senso?

Spesso non mi credono quando dico che da ragazzini in Uzbekistan ci facevano allenare tre volte al giorno, tutti i giorni, iniziando addirittura alle sei del mattino. Poi ci si allenava alle dieci e alle quattro del pomeriggio. E in mezzo avevamo anche la scuola! Questo dai dodici anni e mezzo ai quindici, mentre prima, ad Angren dove sono cresciuto, scendevamo in campo una volta al giorno. Oggi credo che fosse sbagliato. Ma all’epoca si faceva così, il metodo analitico era privilegiato. Gli allenamenti prevedevano anche giochi con la palla, partitelle, esercizi a tema, però ci allenavamo comunque in un solo giorno quanto una squadra di adesso si allena in una settimana. E questo tutti i giorni! In più, ovviamente, c’era la partita.

Si percepisce che ti piace molto lavorare coi giovani. Ma ti piacerebbe un giorno allenare una prima squadra?

Certo! Però ritengo giusto fare prima molta gavetta. Non basta aver giocato, e sto imparando ogni giorno anch’io cose nuove.

Sei stato allenato da molti volti noti: Sarri, Mazzarri, Gasperini e altri ancora. Qual è stato l’allenatore con cui ti sei trovato meglio e quello più bravo in assoluto?

Ne ho avuti di davvero bravi, nella Primavera della Juventus ad esempio c’era Gasperini. Lui era fantastico e non ha certo bisogno di presentazioni. Era bravissimo a gestire i giovani, mi sono trovato davvero bene. Sarri, che ho avuto a Verona, era un grande conoscitore di calcio. Nessuno capiva il gioco come lui, aveva però un difetto: non avendo mai giocato a calcio, non riusciva a comprendere alcune dinamiche interne allo spogliatoio. Sono però sicuro che in dieci anni sia migliorato sotto questo aspetto.

A 13 anni sei andato a Mosca per giocare in una squadra giovanile, e dopo qualche anno sei sbarcato a Torino. È stato difficile adattarsi?

No. Mi è sembrato molto naturale, e il passaggio è avvenuto in maniera graduale. A Mosca ho trovato un bel gruppo, composto da giovani russi e delle ex repubbliche sovietiche. C’è da dire che eravamo tutti motivati a diventare professionisti. Poi a Torino c’è stata qualche difficoltà come la cultura diversa, la lingua e questo genere di cose, ma non è stato mai un problema per me.

Non me l’aspettavo.

Ma io sono fatto così: ho viaggiato molto, l’Italia era diversa ma la bellezza del mondo è venire, capire, adeguarsi e fare esperienza. Le persone che viaggiano hanno una marcia in più secondo me. Trasmettono esperienza e insegnano a non fare errori.

Infatti hai visitato molti paesi, dall’Uzbekistan alla Russia, poi Torino e molte città italiane per stabilirti infine a Vasto.

Si, sono stato in molti paesi europei, ho giocato per un breve periodo anche in Croazia e dopo aver conosciuto mia moglie mentre giocavo a Lanciano mi sono stabilito in Abruzzo. Ci siamo sposati nel 2014 e abbiamo due figli, Samuele ed Ester.

Sei un Atleta di Cristo. Parlaci del tuo rapporto con la fede.

La fede in Dio è la base sulla quale si fonda la mia famiglia. Io e mia moglie ci siamo sposati in chiesa e siamo dei seguaci di Cristo. Durante la carriera ho intrapreso questo percorso spirituale che mi ha guidato nelle scelte che poi ho fatto; sono un cosiddetto “Atleta di Cristo”, che non è una setta o un gruppo fondamentalista ma semplicemente una comunità di atleti accomunati dalla fede cristiana.

Torni spesso in Uzbekistan con la tua famiglia?

Sì, cerco di farlo ogni anno. I miei genitori e mia sorella vivono lì, nell’ultimo anno purtroppo non sono riuscito a visitarli ma lo farò presto. Amo il mio paese.

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La Nazionale uzbeka in cui Ilyas vanta 10 presenze

Che ricordi hai delle convocazioni in Nazionale?

È stato bellissimo. Ricordo quasi tutte le convocazioni, anche a livello giovanile. C’era sempre un bel clima, e ho vissuto delle esperienze tra le più belle nella mia vita.

Ci fai un esempio?

Beh, l’esordio in nazionale maggiore, a Tashkent, contro l’Oman per le qualificazioni alla Coppa d’Asia. Mi venivano i brividi perché lo stadio era pieno e giocavamo davanti a 50,000 persone. Entrai al posto di Mirjalal Qasimov, uno dei giocatori più forti della storia dell’Uzbekistan. E poi, i mondiali under 20 a Dubai…

Addirittura?

Sì, forse è stata l’esperienza più bella in assoluto nella mia carriera. Eravamo in un girone tosto con la Spagna di Iniesta, l’Argentina di Mascherano e il Mali. Perdemmo con un gol di scarto tutte e tre le partite, ma facemmo una bella figura perché chiunque sa quanto fosse forte la Spagna a livello giovanile. Giocare contro quella squadra è stato emozionante e davvero molto difficile.

Immagino che gli spagnoli avessero doti tecniche impressionanti, nemmeno Iniesta ha bisogno di presentazioni…

Ovviamente sì, ma anche noi tecnicamente eravamo dotati. Anzi, questa è una caratteristica generale dei giocatori delle nazionali centroasiatiche. Inoltre noi eravamo più fisici di loro, ma loro erano estremamente intelligenti. Estremamente intelligenti. Coprivano il campo alla perfezione, creavano spazi, ci facevano continuamente correre a vuoto. Mi chiedevo continuamente “ma come è possibile? Come fanno? Che princìpi hanno?”. Ecco, la tattica manca molto alle nostre nazionali ed è il motivo per cui generalmente non sono competitive. In questo, l’Europa in generale e l’Italia in particolare sono molto avanzate.

Pensi che il livello dei giocatori uzbeki e delle ex repubbliche sovietiche sia calato dopo la caduta del regime?

Non lo so, perché vivendo da molti anni in Italia non posso sapere come si sia evoluto il movimento. Ribadisco però la mancanza cronica di nozioni tattiche. Ci vorrà del tempo per rimediare: il giocatore pensante va costruito con pazienza.

Ai tempi di Verona

Hai giocato anche a Verona, segnando il gol decisivo nella finale playout contro la Pro Patria.

Il ricordo più bello della carriera a livello di club: arrivavamo da un periodo estremamente difficile che solo chi ne era coinvolto allora può capire. Una squadra costruita per la B che inspiegabilmente rischiava la retrocessione in C2…quel gol mi ha segnato per tanto tempo.

Quali sono i calciatori con cui hai giocato che ti hanno impressionato di più?

Per non essere banale, ti citerò alcuni compagni in B e in C. Certamente Jeda, che mi sorprendeva per la sua facilità nel saltare l’uomo. Poi Adailton, un vero mago delle punizioni. Il più grintoso è stato certamente Ivan Juric, l’attuale allenatore del Genoa. Era un soldatino, molto generoso, e avrei sempre voluto giocare al suo fianco. Al Lanciano, invece, il più forte era il terzino Mammarella, che secondo me avrebbe potuto fare una carriera molto più importante.

In ultima analisi, hai mai pensato di giocare nel campionato uzbeko?

C’è stata solo un’opportunità. Mi trovavo lì in vacanza, e il mio migliore amico, che giocava nella Serie A uzbeka, mi propose di tesserarmi per la sua società. Ci furono dei contatti, parlammo, ma poi non se ne fece niente. Per il resto non ho avuto altre opportunità perché sono emigrato da giovane e sono quasi sempre rimasto in Italia, non mi cercarono in altre occasioni. Però si, mi sarebbe piaciuto, perché no?

Andrea Giuseppe Tommasi
Appassionato di storia russa e di calcio, le competenze cultural-sportive di Andrea non si limitano solo all'Europa dell'Est ma spaziano dall'Eredivisie al campionato mongolo. Ora basta incensarmi però che è l'una di notte e sono ancora sveglio solo perché se no non digerisco la polenta.

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