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“Fummo dei pionieri”: Alejnikov racconta Zavarov

Abbiamo il grandissimo piacere oggi di presentarvi l’intervista fatta dal nostro amico Danilo Crepaldi a Sergej Alejnikov, ex calciatore della Juventus e della nazionale sovietica in cui parla di Zavarov, suo compagno di squadra al tempo e uno dei simboli dell’URSS di allora.

Buongiorno signor Sergej, grazie per aver accettato questa intervista. In che occasione ha incontrato Zavarov per la prima volta e che impressione le ha fatto?

Ho incontrato Zavarov per la prima volta nel 1982, nella partita tra la Dinamo Minsk in cui giocavo io e la sua squadra, la Dinamo Kiev. Mi fece una buona impressione, ma niente di più , fu un incontro sul terreno di gioco, come tanti altri nella vita di un calciatore.

Lei ed Oleksander Zavarov, prima di essere stati compagni di squadra alla Juventus, lo siete stati nella nazionale sovietica. In quest’ultimo contesto le prestazioni di “Sacha”, così com’era soprannominato, sono state decisamente migliori che con la Juventus. Perché secondo lei?

Quando è arrivato in Italia ci si aspettava molto da lui, in un certo senso è stato considerato il vice Platini e probabilmente ha avvertito troppo questa pressione. Forse avrebbe avuto bisogno di più tempo per ambientarsi in un Paese e in un calcio nuovi per lui, ma la sua parte l’ha fatta lo stesso. Con qualche compagno della sua ex squadra nella Juventus forse avrebbe fatto meglio.

Perché la dirigenza della Juventus scelse di affiancare proprio lei a Zavarov?

Con Zavarov avevo già giocato in Nazionale sovietica, avranno scelto me perché pensavano che, avendolo già conosciuto, avrei potuto aiutarlo ad ambientarsi più in fretta e ad inserirsi più facilmente nella nuova realtà.

Quando lei giunse a Torino nell’agosto del 1989 come la accolse?

Fu molto contento di ritrovarmi a Torino. Il primo anno per lui era stato difficile per motivi diversi. Aveva difficoltà con la lingua, con me poteva scambiare qualche parola, sciogliersi. Ci frequentavamo molto anche con le nostre famiglie e questo lo gradiva molto.

Lei è sembrato adattarsi al calcio italiano ed all’ambiente bianconero meglio del suo amico. Perché? Era una questione caratteriale o anche tecnica e tattica?

Mi riesce difficile rispondere a questa domanda, potrei dare una risposta non obiettiva. Non mi sembra corretto.

Si dice, si mormora che Zavarov sia giunto alla Juventus in un periodo storico strano e difficile, quello della Perestrojka. Secondo lei questo aspetto ha influito sulle sue prestazioni?

Può aver influito in qualche modo. Anche per me arrivando in Italia si apriva un mondo nuovo, noi fummo dei pionieri dell’apertura del calcio sovietico all’estero. Abbiamo trovato un altro modo di vivere. In Unione Sovietica, non esisteva il professionismo, per noi era tutto nuovo. I giocatori che sono arrivati dopo di noi dall’Unione Sovietica, Salimov, Kolimanov, Dobravosky, erano già informati, arrivavano come professionisti. Zavarov ebbe qualche problema per questi motivi, io non ne accusai.

Come definirebbe il giocatore Zavarov?

Era molto bravo tecnicamente, imprevedibile, con la palla al piede riusciva a disorientare l’avversario. In qualche modo somigliava a Baggio: stesso ruolo, stesso fisico, puntava l’avversario in velocità, aveva un ottimo dribbling. Come Baggio non era tanto forte di destra, ma in campo faceva la differenza.

E l’uomo Zavarov?

Un bravo ragazzo, però timido e credo che questo suo carattere non gli abbia permesso di conquistare l’ambiente. Evitava i giornalisti, non amava le interviste, appena finito l’allenamento andava via. Probabilmente non amava studiare l’italiano, si serviva sempre dell’interprete pur avendo tutti noi a disposizione una insegnante della vostra lingua.

A fine stagione 1989/90 lei nonostante un ottimo campionato condito dalla vittoria di due trofei (Coppa UEFA e Coppa Italia) fu ceduto al Lecce. Ritiene che la sua cessione fu legata a quella di Zavarov?

No di certo, purtroppo ci fu il cambio dell’allenatore. Zoff lasciò la Juve per la Lazio e arrivò Maifredi, che, secondo quanto dicevano all’epoca, non amava i giocatori sovietici. Può essere questa una spiegazione della mia cessione. So bene che non può esserci una controprova, ma vi dico solo che appena approdato a Bologna, Maifredi mandò via anche Dobrovosky.

Ricorda qualche aneddoto curioso sulla permanenza di Sacha alla Juve?

Sinceramente no. Tacconi, Brio e qualche altro compagno di quella Juventus sarebbero in grado di raccontare qualcosa avendo vissuto più a lungo con lui.

C’è qualcos’altro che vorrebbe aggiungere?

La fine dell’esperienza comune in maglia bianconera rappresenta in realtà la fine dei nostri contatti. Le nostre strade si divisero, Zavarov si trasferì in Francia al Nancy, io dopo Lecce andai in Giappone. Successivamente entrambi siamo rientrati in patria. Lui in Ucraina, io in Bielorussia, quando si é così lontani é difficile ritrovarsi se non si hanno interessi comuni. Ci siamo persi di vista, ci sentiamo anche raramente, ma conservo di lui un ottimo ricordo.

Grazie signor Alejnikov per l’intervista e soprattutto per le emozioni che ha regalato a noi tifosi della Juventus nella stagione 1989/90 vincendo Coppa UEFA e Coppa Italia.

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