Bielorussia BUM

Hleb: il bielorusso triste

Di Danilo Ciocca

Classe 1981, talento a chili, un cammino degno del più avvincente dei romanzi russi del Novecento. Se tale storia non fosse vera, l’impressione e l’illusione di trovarsi davvero all’interno delle pagine di un libro potrebbero rivelarsi più che plausibili. Questo perchè il protagonista principale di tale scritto non è mai stato un calciatore qualunque, ma un talento nel senso più tangibile ed immediato di questo fin troppo abusato termine, un centrocampista che quando deciderà di sfiorare la maniglia della porta d’uscita del calcio giocato provocherà una giornata triste in chi, come me, nutre ancora una mai doma nostalgia nei confronti del calcio compreso tra gli anni Novanta e Duemila.

A questo punto, la tentazione di perdersi e lasciarsi andare nei meandri di una tediosa retorica fine a sè stessa sarebbe forte. Ciò nonostante, una  storia simile è già ricca di suo di una quantità industriale di colpi di scena che, uniti a scelte se non altro incomprensibili, andranno a comporre un puzzle che per propria natura e conformazione non necessita in alcun modo di cornici superflue e poco coerenti al contesto.

L’obiettivo principe è, al contrario, quello di far luce su una delle figure che, senza timore alcuno di smentita, ha tutti i requisiti per essere annoverata nell’elenco dei calciatori più incompiuti e pertanto sottovalutati dell’ultimo ventennio.

Capitolo iniziale è rintracciabile nelle giovanili della Dinamo Minsk, squadra regina di una capitale bielorussa tanto isolata al mondo quanto ricca di bellezze tuttora non sufficientemente valorizzate e mostrate al mondo. Hleb appone la sua prima firma su un contratto professionistico a maggiore età non ancora compiuta. Un anno prima, nel 1998, si rese artefice di un cavalcata, quella della Nazionale bielorussa ai Giochi Mondiali della Gioventù di Mosca, che si fermò ad un passo dalla gloria, alle semifinali.

Il palmarès personale di Hleb, talento di professione, non tardò tuttavia a rimpinguarsi. Il primo successo fu infatti la vittoria, nel 1999, del campionato bielorusso, con una casacca della Dinamo Minsk che, a causa di un’offerta pervenuta dallo Stoccarda di soli 150.000 euro, svestirà nell’estate del 2000.

Le prime due stagioni in Germania sono tutt’altro che entusiasmanti. Il rapporto con lo spigoloso Felix Magath (allora alla guida degli svevi) non è certamente idilliaco, ed egli viene ripetutamente spedito a farsi le ossa nella squadra B, facendo compagnia a gente il cui futuro, come nel suo caso, riserverà soddisfazioni senz’altro maggiori (vedi Kevin Kuranyi).

L’ambientamento non facile nella moderna Europa occidentale non comprende esclusivamente le strisce bianche e rettangolari di un campo da calcio, ma viaggia ben oltre le ristrette frontiere di queste, sconfinando in una quotidianità che nulla ha  a che vedere con quella essenziale di un Paese, come la Bielorussia, ai giorni nostri ancora saldamente ancorata ai vetusti dettami della realtà sovietica.

Dopo essersi pienamente acclimatato al più accondiscendente ecosistema teutonico, le sue prestazioni miglioreranno, insieme ad un numero di presenze che, dopo un rodaggio lungo e laborioso, crescerà sensibilmente. L’andatura non è irresistibile, ma la tecnica presenta caratteristiche davvero poco comuni, con una generosa propensione all’altruismo e movenze raffinate che regaleranno ai tifosi tedeschi attimi di pura estasi calcistica. La numero 10 gli verrà pertanto dovutamente affidata. Un attestato di stima, questo, che Aljaksandr ricambierà aiutando lo Stoccarda a centrare risultati di tutto rispetto, tra cui un secondo posto in Bundesliga e delle oneste prestazioni nelle competizioni europee.

Nel 2004, anno di Campionati Europei Under 21, la Nazionale da lui guidata non presenzia in alcun modo nella lista delle favorite. A sbugiardare inaspettatamente codesti affrettati pronostici sarà la sconfitta all’esordio patita dalla nostra Italia (futura vincitrice della competizione), guidata da Claudio Gentile ed impreziosita dalla presenza De Rossi e Gilardino, proprio ai danni di una selezione che vedeva in Hleb la propria unica ed esclusiva punta di diamante.

Un anno dopo, nel 2005, il salto di qualità. Wenger chiama, ed Aljaksandr risponde presente. La sua corsa, a conferma della precedente menzione, non è fulminea, così come non è repentino neanche il suo acclimatarsi all’Arsenal. L’idea del tecnico francese, mago nel gestire e valorizzare campioncini dal sicuro avvenire, è quella di introdurre Hleb gradualmente, dapprima come rincalzo di Pires, poi conferendogli le chiavi di un centrocampo che, fino al 2008, gioverà della sua visione di gioco.

Hleb dribbla senza auto-referenzialità, dona assist senza mai peccare di egoismo, tocca la palla senza innamorarsene morbosamente, conduce il pallone come se dovesse perderlo da un momento all’altro, ma forse è soltanto l’impressione che egli intende regalare agli spettatori estasiati.

Scende in campo nell’atto finale della Champions League 2006, epilogo di un sogno europeo, quello dei londinesi, che si andrà rovinosamente ad infrangere contro un muro tutto tecnica ed estro, quello costruito da Rijkaard ed ornato dai tocchi geniali di Ronaldinho.

15 milioni di euro basteranno ai catalani per potersi avvalere dei servigi del bielorusso affrontato in quella vittoriosa finale di due anni prima. Il caldo sole della “Barceloneta” non riuscirà nell’intento di scaldare gli animi di un Aljaksandr sempre più chiuso in sè stesso e sempre più insofferente ai dettami di un tecnico, Guardiola, con il quale non è mai scattata la classica scintilla.

Il 2009 avrebbe potuto esser ricordato per l’arrivo in Italia di Hleb. Mourinho, per porre le basi di quello che sarà il prossimo Triplete, lo chiamò assicurandogli le stesse condizioni contrattuali offerte da uno Stoccarda desideroso di riaverlo tra le proprie fila. Hleb, inaspettatamente, declina l’offerta dei nerazzurri, accolto in Germania da una folla alla quale “non avrebbe potuto dire di no”.

La parte restante di questo romanzo sovietico è un vagabondare in lungo ed in largo, dalla Turchia alla Russia fino ad arrivare alla sua Bielorussia. Personalmente, di tanto in tanto, amo ricordarlo rispolverando la mia vecchia consolle, allestendo una squadra nella quale le sue geometrie proprio non possono mancare.

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