URSS

Rinat Dasaev, Cortina d’acciaio

Pochi ruoli nello sport, forse nessuno, sono degni di una psicanalisi approfondita come quello del portiere. Li da solo, con il peso del mondo sulle spalle, come un novello Atlante, a fare da bersaglio in un tiro a segno che raramente lascia prigionieri. Una vita difficile, spesso ingiusta, nulla a che vedere con quella “facile” dell’attaccante, che magari sta li per 90 minuti senza toccare una palla, a sbagliare tiri o stop elementari, poi la carambola, il colpo di fortuna, il tap in, la palla rotola in rete e si diventa gli eroi della partita, i beniamini del pubblico. No per un portiere non è cosi facile, per 90 minuti sei li a mettere a rischio la tua incolumità, a volare su quell’erbetta che diventa pesante come cemento, a bloccare pallonate che pesano come macigni e non solo per la violenza con cui sono scagliate, sempre pronti ad uscite suicide che ti fanno rischiare di collidere con l’avversario, con un compagno, con il palo stesso frantumando i tuoi sogni, la tua carriera, spesso la tua salute. E nessuno come Rinat Dasaev rientra così bene nel ritratto sopra dipinto, un ritratto non certo immacolato e puro come le opere di un Michelangelo, ma semmai duro, grezzo ed estremamente passionale ed onirico come quello di un Van Gogh.

RINAT: VITA E CARRIERA
La carriera di Dasaev si potrebbe racchiudere tutta in una sola partita, quella maledetta finale degli Europei del 1988, in quell’Unione Sovietica – Olanda. Vincere sarebbe significato essere l’unico portiere, dopo l’insuperato ed insuperabile Lev Jasin, a portare una coppa internazionale nella Patria del Socialismo Reale, perdere sarebbe significato essere uno dei tanti che ci ha provato ma non ha raggiunto le vette del Ragno Nero, uomo fatto Dio ed assurto all’Olimpo come un Ercole calcistico. La carriera di Dasaev si racchiude tutta in quella finale, una delle parate più belle della storia, puro istinto, a spegnere la fiammata del Cigno di Utrecht Van Basten, probabilmente il centravanti più forte di tutti i tempi, dall’altra parte vedere la propria porta perforata più volte prima da Gullit e poi da Van Basten stesso, autore del goal più memorabile della sua carriera, e Dasaev è sempre li, prima a spegnere nella gola l’esultanza del goal al Tulipano più talentuoso dai tempi del Genio Crujff, e poi a restare spettatore di un goal che verrà ricordato da allora nei secoli a venire. Ma procediamo con ordine.

Rinat nasce il 13 Giugno 1957 nel Caucaso più profondo, ad Astrachan’, meravigliosa città situata sul Volga, a poche decine di kilometri dalla sua foce. In una terra di confine, in una città distante da Mosca 500 kilometri in più rispetto alla distanza dal confine turco. Astrachan’ città di cosacchi e khan mongoli, città di battaglie, orde e saccheggi, e nell’espressione seria, nei suoi occhi stretti e freddi, Rinat il Tartaro porta tutta l’eredità di quei guerrieri che armati di sciabole impazzavano per le larghe distese, quelle stesse sciabole che svettano sullo scudo d’arme della città. Ad Astrachan’ le opportunità per un ragazzo che voleva dilettarsi nello sport non erano tante, il nuoto era lo sport più diffuso, dopotutto l’ampie sponde del Volga erano spesso teatro di nuotate e scorribande tra ragazzi dopo la scuola, eppure a Rinat il nuoto non attirava, forse fu quell’amore per le vaste praterie che lo porterà a scegliere il rettangolo verde. Inizia nel Volgar’, attualmente militante nella seconda lega russa, come centrocampista, il suo obiettivo era palese, spostarsi in avanti e segnare valanghe di goal, ma al Volgar’ mancava un estremo difensore, e il fisico alto e snello di Rinat era l’ideale per quel ruolo, fu così che venne spostato tra i pali, mai scelta fu più azzeccata. Dopo appena un anno il viaggio di oltre 1300 kilometri, la Capitale: Mosca, la squadra del Popolo: lo Spartak.

Lo Spartak Mosca ha rivoluzionato completamente il modo di sentire il tifo nell’ex-Unione Sovietica, le masse popolari che accorrevano al Lenin Stadium erano la vera forza motrice delle vittorie di quella squadra, e proprio nell’Impianto intitolato al Padre della Rivoluzione Sovietica che per ben 10 anni Rinat troverà la sua casa. Li vincerà due campionati, il primo nel 1979, classificandosi con 50 punti appena due punti sopra dalla favorita Shaktar di Donetsk, l’altro scudetto lo vincerà poco prima di andarsene, nel 1987. Lo Spartak totalizza 42 punti, abbastanza per superare il Dnepr a 39, lo Zalgiris Vilnius a 36, la Torpedo Mosca a 34 e la temutissima Dinamo di Kiev a 33. Ma quell’anno di gloria non si concluderà solo con la vittoria in campionato, ma anche con la vittoria nella Coppa delle Federazioni Sovietiche, vinta per un nettissimo 4-1 contro il Metalist Kharkiv. Eppure appena raggiunto la Spartak, Rinat si ritrovò in una squadra che per quanto amata e prestigiosa veleggiava nella acque torbide della Pervaja Liga, la serie B sovietica per intenderci, ma quel 77  coincise con la promozione (condivisa con l’uzbeko Paxtakor), da li in poi come abbiamo visto le soddisfazioni non mancheranno. A Mosca Rinat incontra l’uomo che li cambierà la vita, il leggendario Konstantin Beskov, tra i più grandi maestri del calcio sovietico, che plasmerà Dasaev come uno scultore farebbe col marmo, irrobustisce il suo fisico con esercizi particolarmente duri, in particolare lavora sulle braccia, i rilanci di Dasaev infatti saranno la sua peculiarità, e da quelle braccia che partono tutte le azioni dello Spartak, che spesso si concludono nella rete avversaria. Al suo primo anno da titolare (che corrisponde con il primo anno della Spartak in Prima Lega) Rinat scolpirà nell’acciaio il suo primo record: 5 clean sheet di fila, 502 minuti senza subire goal, tra la decima e la quindicesima giornata, per la disperazione degli attaccanti della Lokomotiv Mosca, del Qayrat, del Neftci Baku, del SKA Rostov e della Torpedo Mosca, l’imbattibilità la romperà lo Zorja (battuto comunque 3-1), nella giornata successiva, l’ultima, di nuovo clean sheet, questa volta a secco resta il Kryl’ja Sovetov Kujbyšev. L’anno dopo Rinat si supera, 8 giornate consecutive (2°-9° giornata). Nel 1983 le prodezze di Dasaev arrivano lontano e Rinat è in odore di Pallone d’Oro, ma arriverà sesto, la sfera aurea finirà tra le mani di Platini. L’anno dopo si qualificherà ventiduesimo, unico sovietico in lista, al primo posto, manco a dirlo sempre Platini. Nono nel 1985 (primo sempre Michel Platini), sedicesimo nel 1986, primo il connazionale Belanov in forza alla Dinamo di Kiev, ventunesimo nel 1987, primo Ruud Gullit, un anno dopo è ventunesimo, primo Van Basten, sarà il settimo e ultimo anno di fila in cui Dasaev sarà nella lista del Pallone d’Oro, sempre li, sempre dietro a Marco, insomma è destino,e poi l’unico portiere ad alzare quel trofeo resta Lev Jasin, nessuno neanche Rinat è degno di lui, è forse è giusto così, Lev è Lev.

Lo score in Patria di Rinat è invidiabile, il numero di presenza è superiore a quello di reti subite: 392 presenze, 346 goal subiti, per la precisione 57 presenze e 31 goal con la Volgar’ Astrachan’ e 335 presenze e 279 goal con la Spartak Mosca. Rinat è un fulmine a ciel sereno nel calcio sovietico, da subito designato dalla stampa come erede di Jasin. Nel 1979, appena due anni dopo il suo esordio nello Spartak, solo 3 anni dopo il suo esordio come professionista, a Rinat si spalancano le porte della nazionale, ne sarà colonna portante sino a quel fatidico 1990, l’anno in cui crolla la Cortina di Ferro, non solo quella “storico-politica”, ma anche quella “calcistica”, Cortina di Ferro era infatti il soprannome di Dasaev, che come il muro di Berlino in quel finire di decennio si schianterà al suolo contro la durezza della realtà, ma per comprendere il perché dell’ingloriosa fine dobbiamo spostarci negli spogliatoi della nazionale, quella in cui Rinat aveva esordito giovanissimo (la prima partita era stata il 5 Settembre 1979 contro la DDR e manco a dirlo clean sheet, 1 a 0 e a casa). Tra l’80 e l’82 la nazionale con Dasaev tra i pali non conoscerà sconfitta. L’82 è l’anno del mundialito in Spagna, 5 partite, 4 goal e Dasaev inizia ad essere idolo anche oltre cortina. Lui capitano e colonna portante della nazionale sovietica negli anni in cui giocavano mostri sacri come Blokhin, Belanov e Aleinikov. Arriviamo agli Europei del 1988, l’anno fatidico, l’Unione Sovietica vince la prima, per Rinat è l’ennesimo clean sheet (contro ha l’Olanda di Riijkard, Gullit e Van Basten), ma è nella sfida successiva vinta con i quadrifogli irlandesi che Dasaev si infortunia, scontri duri con l’attaccante Galvin, al 68° Rinat è costretto a dare forfait, gli subentrerà Canov. La sentenza medica è durissima: distorsione al ginocchio, subito le alte sfere sovietiche si mobilitano per chiedere una convocazione in extremis ma Dasaev è un guerriero tartaro, ha il sangue dei Khan, non si arrende, per la terza è li in campo contro gli Inglesi, vittoria per 3-1. L’URSS è prima, davanti ai futuri campione dell’Olanda. In semifinale è clean sheet contro gli azzurri, memorabile la parata su Giannini allo scadere degli ultimi minuti.

LA FINALE
Arriva la finale, Stadio Olimpico di Monaco. L’Olanda aveva perso ai gironi contro l’URSS, senza essere riuscita a segnare, quello 0-1 all’esordio con goal di Rats al 56’ faceva ben sperare. Questa volta ci sarà il clean sheet, ma a parti invertite. Prima al 36 la staffilata di Gullit poi al 54 il capolavoro di Van Basten, quello stesso Van Basten a cui poco prima Dasaev aveva negato la gioia del goal parando di puro istinto, un tiro da zero metri, Rinat era li in piedi fisso, il tiro che parte, potente, sicuro, la mano che si alza da sola ed impatta con la palla, l’urlo del goal, solo rimandato, si strozza nella gola di Marco. Quella parata fu il canto del cigno, Dasaev non fu più lo stesso, sul 2 a 0 un uscita a vuoto quasi permette a Gullit di segnare la doppietta e chiuderla li. Dasaev uscirà dal campo avvilito. Da li a poco lascerà Mosca, è iniziata la Perestrojka di Gorbaciov, si cerca fortuna all’estero, Dasaev va a Sevilla tra l’entusiasmo degli andalusi che accorrono al botteghino per abbonarsi.

LA FINE
Ma la Spagna non è l’URSS, Sevilla non è Mosca, il Guadalquivir non è il Volga. Rinat è irriconoscibile, subisce una valanga di reti, dall’88 al 91 sono 67 reti in 59 presenza. Nel 1988 la cortina di ferro scricchiola, Dasaev cade poco prima del muro, nel 1991 la bandiera rossa viene ammainata sul Cremlino, lo stesso anno in cui si ammaina la leggenda di Dasaev. Per Rinat è umiliante, diventa secondo portiere, proprio lui la leggenda che doveva eguagliare Jasin, nel 1990 sarà portiere ai mondiali con l’Italia, ma li l’URSS farà da comparsa, 3 partite e 2 sconfitte , le prime due senza segnare un solo goal, prima umiliati dalla Romania a Bari per 2 a 0, poi dall’Argentina a Napoli sempre per 2 a 0 e poi a Bari uno scatto di orgoglio, 4 a 0 al Cameroon, ma in quel clean sheet il protagonista non  è Rinat che siede in panchina per far posto a Uvarov, l’URSS arriverà ultima. Da quel fatidico mondiale Rinat non rivolgerà più la parola a Lobanovskij, il CT consegnato alla storia come il più grande allenatore sovietico. Dasaev si perde nella depressione e nel bicchiere tanto quanto nei ricordi. La moglie, anch’essa atleta conosciuta in ospedale quando erano entrambe infortunati, lo lascia, insieme a lei se ne va via l’unica figlia della coppia. Dasaev scompare, di lui non si ha più traccia, lo ritrova un amico e non può credere ai suoi occhi: Rinat Dasaev la leggenda è un clochard. Ma il Dio del Calcio ha pietà di lui ed offre a Rinat una seconda possibilità, Dasaev diventa il mister delle giovanili dello Spartak, la sua vera casa, il suo vero amore, tradito per l’illusione di un effimera amante andalusa. Dasaev è tuttora li, al Luzhniki non più Lenin Arena, ad allenare le nuove leve dei bianco rossi. Questa è stata la vita di Dasaev, Icaro che volle oscurare il sole e vide le sue ali di cera, o forse di acciaio sovietico, fondersi sotto i raggi della storia e del cambiamento. Si Dasaev è stato il portiere, solo col peso del mondo sulle spalle, lui Atlante  e lui infine Icaro, lui eroe mitologico strappato da un idillio omerico. Il mondo lo ricorderà come il simbolo sportivo degli anni ’80 sovietici: prima impenetrabile muro della Russia Socialista, poi mucchio di macerie spazzato dai venti della storia cantati dagli Scorpion, celebre rock band tedesca, tedesca come la terra dove si disputò quell’ultimo, maledetto europeo.

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