URSS

ESCLUSIVA: Intervista a Zavarov, a tu per tu con Sacha

Di Danilo Crepaldi

Grazie signor Zavarov per aver accettato quest’intervista!
Grazie a lei è un piacere… l’idea di un libro su di me m’incuriosisce molto.

Lei è nato a Luhansk, nell’Ucraina di oggi: potrebbe parlarmi della sua famiglia?
La mia era una famiglia semplice ma molto unita, eravamo in quattro mio padre Anatolij a cui devo il mio secondo nome era un autista dei pullman, mentre mia mamma Raissa faceva la casalinga. Oggi purtroppo sono mancati ma sono stati entrambi molto importanti per me e mi sono sempre stati vicini… anche nei momenti difficili. Oltre a me vi erano anche i due fratelli Vladimir e Kostantin con cui sono stato sempre molto unito.

Com’è nata la sua passione per il calcio?
Ho cominciato a giocare a calcio nel 1969, avevo otto anni e la mia passione è nata a scuola. Li ho cominciato a giocare con i miei compagni di scuola e dato che ero bravo sono stato preso alla scuola di calcio di Luhansk la mia città dove ho conosciuto il mio primo allenatore, il Signor Boris Femonciov una figura per me molto importante, dato che mi ha migliorato come giocatore e come ragazzo e soprattutto, i suoi insegnamenti, mi hanno permesso di esordire in Vissaja Liga, il massimo campionato sovietico, con la maglia dello Zorya la squadra della mia città.

Mi può parlare del suo esordio in prima squadra?
Ricordo bene quel giorno, giocavamo a Luhansk contro il Rostov vincemmo 3-0. Avevo diciotto anni e dopo quell’incontro diventai titolare fisso. Fu una partita importantissima per me e ricordo che giocai una buona partita e servii due assist vincenti. Il primo gol, invece lo segnai sempre al Rostov nella partita di ritorno. Perdevamo 2-0 e poi la partita finì 2-2, io segnai il gol del momentaneo 2-1 con un tiro da fuori area. Il mio primo gol fra i grandi un ricordo per me indelebile.

Subito dopo è passato nelle file del Rostov, perché questa scelta?
Fu una scelta, come dire, obbligata dato che dovevo prestare il servizio militare che in Unione Sovietica durava due anni. Per poter continuare a giocare a calcio dovevo trasferirmi in una squadra gestita dall’esercito sovietico ed io, dato che loro erano interessati a me, scelsi il Rostov. Fu un esperienza importante perché mi permise di crescere e di esordire nelle coppe europee. Ricordo che eliminammo i turchi dell’Ankaragoku e poi uscimmo contro l’Eintracht di Francoforte. Io giocai solo la partita d’andata in U.R.S.S. dove vincemmo per 1-0… al ritorno ero infortunato ed è una cosa che mi spiace perché in Germania Ovest perdemmo per 2-0 e sono sicuro che avrei potuto dare un contributo importante alla mia squadra.

Perché dopo l’esperienza di Rostov scelse di tornare allo Zorya nonostante quest’ultima squadra militasse in seconda divisione?
Avevo appena finito il militare ed ero molto giovane, avevo nostalgia di casa e della mia famiglia. In quel momento non m’interessava la categoria in cui militava lo Zorya, volevo solo tornare a casa mia da cui mancavo da due anni. Si può dire che la mia fu una scelta di cuore anche perché contribuii in maniera determinante al ritorno dello Zorya in Vissaja liga e Lobanovski si accorse di me…

Certo, Lobanovski fu l’allenatore più importante della sua carriera…quando l’ha incontrato per la prima volta e che impressione le ha fatto?
Ci incontrammo la prima volta a Luhansk era il 1977 e lui mi propose di trasferirmi nella squadra riserve della Dinamo Kiev ma io rifiutai, non volevo giocare tra le riserve anche se il suo interesse mi onorò anche perché dovevo ancora esordire in Vissaja liga e giocavo, ancora, nelle giovanili dello Zorya. Nel 1979 ci riprovò ma io rifiutai ancora. Vede, Danilo, la Dinamo Kiev aveva grandissimi giocatori tra cui Blochin che aveva già vinto il Pallone d’oro e temevo che un mio  trasferimento a Kiev mi relegasse in panchina ed io non volevo bruciarmi.
Lobanovski non desistette e nel 1982, dopo il Mondiale di Spagna, cedetti al suo corteggiamento e mi trasferii alla Dinamo Kiev. Valerij mi fece una grande impressione da subito, ed anche se ho fatto un po’ il prezioso con lui l’ho ammirato e rispettato fin dal primo momento.

Com’era il vostro rapporto?
Lobanovski era una grande persona, un uomo eccezionale, non era solo un allenatore ma una persona che ti consigliava su ogni aspetto della vita: dalle questioni amorose a quelle calcistiche. Era molto intelligente e sapeva far crescere i suoi giocatori. Lui per me era un maestro ed un amico.

Una tappa importante della sua carriera fu la conquista della Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid. Gara in cui lei sbloccò il risultato. Cosa ricorda di quella partita e di quel torneo?
Certo quello fu il primo trofeo continentale che ho vinto… vede vincere per un giocatore è importante ma quella Coppa delle Coppe mi permise di mettermi in luce davanti al resto d’Europa. Fu un gran torneo, per me, perché segnai in finale contro l’Atletico e servii l’assist per il 3-0 inoltre fui capocannoniere della competizione.

La sua Dinamo Kiev fu eliminata in semifinale di Coppa dei Campioni dal Porto, cosa ricorda di quelle due partite?
Ricordo bene quelle due sfide e ne sono ancora oggi molto rammaricato. Vede sono convinto che noi fossimo più forti di quel Porto che poi si laureò Campione d’Europa contro il Bayern Monaco. Purtroppo giungemmo alle semifinali di Coppa Campioni a cavallo tra due stagioni calcistiche sovietiche. Da noi in U.R.S.S. il campionato si giocava nell’anno solare e per preparare la sfida avevamo disputato solo delle partite amichevoli ed eravamo un po’ scarichi ed appesantiti. Credo che abbiamo perso un occasione in quel momento la Dinamo Kiev era probabilmente la squadra più forte d’Europa e avremmo potuto coronare il nostro lavoro e quello di Lobanovski con la vittoria della Coppa dei Campioni.

Quando ha saputo del suo trasferimento alla Juventus?
Le prime avvisaglie le ebbi in un torneo giocato con la nazionale sovietica a Berlino Ovest con l’U.R.S.S. era, se non sbaglio, il 1987. Lobanovski mi disse che alcuni club occidentali erano interessati a me fra cui la Juventus. Poi facemmo, con la Dinamo Kiev, un torneo a Livorno e li scoprii di essere stato ceduto alla Juventus. Vede Danilo deve sapere che il mercato della Dinamo Kiev lo conduceva, Lobanovski, e fu lui a propormi alla Juventus insieme a Protasov e Michailichenko. La Juventus poi scelse me. Credo che mi ritenesse più adatto al loro gioco.

Quali differenze c’erano all’epoca tra il calcio sovietico e quello italiano?
Il calcio sovietico e quello italiano erano molto diversi. In U.R.S.S. costruivamo gioco andavamo all’attacco e le squadre pensavano più ad attaccare che a difendere. In Italia era l’opposto tutte le squadre erano chiuse e si giocava molto in contropiede e questo non mi aiutò.

Da sinistra: Lobanovsky, Zavarov, Zoff. 1988

Qual era il suo rapporto con Dino Zoff?
Zoff era una grande persona ed un grande allenatore ma il calcio che proponeva non era, forse, adatto a me. Io Zoff avevamo caratteri diversi ma ci tengo a dire che non litigammo mai. C’era un normalissimo rapporto fra allenatore e giocatore così com’è stato in Francia con Aimé Jacquet, altro grandissimo uomo e grandissimo allenatore. Jacquet mi faceva giocare davanti leggermente spostato a sinistra una posizione che non mi piaceva ma che cercavo d’interpretare al meglio.

Lei giocò molto bene la partita di andata dei quarti di finale di Coppa UEFA contro il Napoli in cui anche grazie a lei la Juventus vinse 2-0. Perché fu escluso al ritorno?
Questa è una domanda delicata ma le posso dire che non fui messo in punizione per aver bevuto del vino con Laudrup…come a Torino si mormora…fu piuttosto una scelta tecnica ma, in verità, io lo so perché non scesi in campo…ma è una cosa, che in questo momento, preferisco tenere per me.

Lei aveva espresso il desiderio di tornare alla Dinamo Kiev. Perché alla fine scelse il Nancy in Francia?
Si è vero volevo tornare alla Dinamo Kiev e il motivo era uno solo a Kiev c’era Lobanovski… ma poi la situazione cambiò drasticamente perché il Mister si trasferì in Medio Oriente. Mi guardai intorno e la squadra che mi convinse di più fu il Nancy…anche perché a volermi era Michel Platini il quale, all’epoca, era vicepresidente del club transalpino.

Lei non fu mai convocato in nazionale ucraina, che fu istituita dopo la caduta dell’URSS. Perché? Era piuttosto giovane per lasciare il calcio internazionale, aveva trent’anni.
Dopo i mondiali del 1990, in cui segnai contro il Camerun, non so perché non venni convocato in nazionale….questa è una domanda che bisognerebbe porre ai Commissari Tecnici dell’epoca davvero non so perché non fui preso in considerazione; comunque giocai a calcio fino al 1998. Vede quando cadde l’URSS scegliere la nazionalità ucraina fu una scelta di cuore e assolutamente non politica…decisi di rimanere ucraino perché ero nato a Luhansk ma non avevo assolutamente nulla contro la Russia.

Che cosa fa oggi Zavarov?
Dopo le mie esperienze come giocatore ed allenatore sono rimasto nel mondo del calcio infatti oggi lavoro per la Dinamo Kiev, un occupazione che mi piace e mi gratifica. Il prossimo 20 Febbraio gli Under 19 della Juventus verranno a farci visita e seguirò questa partita con grande interesse sperando che questi giovani calciatori possano, in futuro, spazio nelle rispettive prime squadre e continuare così le grandi tradizioni della Dinamo Kiev e della Juventus.

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