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Igor Kolyvanov: esteta del calcio

Di Danilo Ciocca

Tutti coloro che seguono più o meno assiduamente tale rubrica non faticheranno poi molto a fare un piccolo passo indietro nel tempo, rimembrando quello che due settimane fa è stato un doveroso e spero godibile tributo ad uno dei simboli più fulgidi del Foggia targato Zeman: Igor Shalimov.

Guardare filmati, ammirare sguardo dopo sguardo i gol e le azioni repentine di quella mitologica equipe riempie gli occhi e scalda gli animi di chi, deluso dallo spietato ed avaro calcio di oggi, trova conforto in tale consolatoria visione. Si trattò di un puzzle perfetto, di una macchina che viaggiava in un’unica direzione, di un esempio di come non sia il singolo a comporre un organico, ma di come sia anzi quest’ultimo a valorizzare pienamente le qualità e le doti di ciascuno.

Diversamente da una tela monocolore, noiosa e routinaria, quel Foggia, plasmato dalle mani sapienti del tecnico boemo ma assemblato dallo sguardo lungimirante e sopraffino di Peppino Pavone, era un mix armonioso di giovani italiani ed altrettanto giovani stranieri, provenienti da Paesi dell’ex Unione Sovietica che, come per incanto, diventarono un insperato bacino dal quale attingere arricchendo di nuove leve il calcio nostrano.

I cori da stadio, intonati allora da una piazza calda e tuttora desiderosa di arrivare ai livelli che le competono di diritto, vengono odiernamente ancora canticchiati. No, non si tratta di un velleitario tentativo di riesumare un passato che chissà quando e se tornerà, ma di riavvolgere la vecchia videocassetta di un film troppo bello ed avvincente per essere colpevolmente dimenticato. Un film in salsa italo-sovietica, nel quale Igor Kolyvanov costituiva molto più che una secondaria e fugace comparsa.

Le analogie con il suo connazionale Shalimov sono molteplici, a cominciare da una militanza allo Spartak Mosca che troverà la parola fine nel 1986, con il trasferimento nell’altra grande di Russia, la Dinamo. Qui, Kolyvanov ebbe l’opportunità di farsi conoscere da chi, come Pavone, non faticò nel portarlo in Puglia. Analogamente ad una lunga e corposa lista di calciatori russi difficoltosi nell’ambientarsi pienamente in una realtà, come quella italiana, poco paziente all’epoca non meno di oggi, Kolyvanov nel suo primo anno foggiano mise insieme la miseria di 15 match, coadiuvati da soltanto tre realizzazioni. Le ragioni di questo impatto non troppo felice sono da ricercare, oltre che in un’anarchia tattica limata da Zeman giorno dopo giorno, anche da un tridente (Baiano-Signori-Rambaudi) talmente efficace da risultare intoccabile.

La grande occasione per lo Zar arrivò l’estate successiva,  con le cessioni eccellenti dei tre tenori. Il tutto avrebbe fatto presagire ad una smobilitazione dal profumo di retrocessione, invece no. Gli addii illustri diventarono per Kolyvanov palcoscenico per mostrare movenze da vero e proprio esteta, un sinistro vigoroso ed assist che mandarono in gol gli altri due membri di questo tridente-bis: il giovanissimo Cappellini e l’olandese Brian Roy (assistito da un emergente Mino Raiola).

La scarsa vena realizzativa di Kolyvanov, unita ad una fragilità muscolare che ha contornato l’intero svolgersi della propria carriera, hanno con ogni probabilità rappresentato dei freni per un percorso che avrebbe potuto e dovuto essere più scintillante. L’attaccante biondo venuto dall’Est non aveva nè lo spunto di Blochin nè la prolificità di Sheva, ma faceva segnare senza disdegnare reti speso e volentieri decisive. Se ricordate il record di imbattibilità di Sebastiano Rossi, ricorderete allora anche il fatto che codesto mastodontico dato venne infranto proprio da Kolyvanov, che nel campionato 1993-1994 colpì il leggendario undici rossonero sia nel girone di andata che in quello di ritorno.

Le giornate di maggiore ispirazione diventano per i difensori avversari quello che potrebbe definirsi un incubo bello e buono. Uno di questi giorni fu il 22 febbraio del 1994, quando un Foggia perdente 2-0 ai danni del fortissimo Parma di Nevio Scala venne riportato a galla da un Kolyvanov in stato di grazia, autore di una doppietta e vincitore della palma di migliore in campo.

La torrida estate del 1994, caratterizzata dalla altrettanto cocente delusione derivante dalla sconfitta mondiale ai danni del Brasile, è però ricordata da Foggia tutta per una serie di eventi spiacevoli. La partenza di Zeman prima di tutto. Senza poi contare una retrocessione che sa di beffa, dato l’avvio più che promettente del nuovo Foggia guidato da Catuzzi. Un’annata, questa di cui si parla, resa ancor più nefasta da un gravissimo infortunio subito da Kolyvanov, il quale timbrò per sole 11 volte il proprio cartellino in campo. L’attaccamento ad una piazza che lo ha consegnato ai grandi del calcio italiano è forte a tal punto da spingerlo e rimanere nel Tavoliere anche nella serie cadetta. La risalita però fallisce, e Kolyvanov approda nel 1996, all’età di 28 anni, al Bologna.

Qui vive una sorta di seconda giovinezza, entrando fin da subito nel cuori del pubblico emiliano. Gesto degno di elogi è la consegna della maglia numero 10 a Roberto Baggio, arrivato nella città di Lucio Dalla nel 1997, per rilanciarsi e poter quindi disputare il suo terzo Campionato del Mondo da protagonista. Le reti complessive a Bologna saranno 26, quasi tutte bellissime e non di rado provenienti da calci piazzati nei quali Kolyvanov si perfezionerà gradualmente.

Come sarebbe stata la sua carriera senza infortuni? Nessuno può saperlo. Resta però il ricordo di un calciatore che ha riempito ed alimentato il sogno di migliaia di persone, un sogno a bande verticali rosse e nere.

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