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Oleg Blochin: leggenda del calcio ucraino

“Leggenda del calcio ucraino e sovietico”. Potrebbe trattarsi di un appellativo apparentemente esagerato e spudoratamente superficiale. Ed è vero, se protagonista di tale tributo fosse un qualsiasi altro calciatore. Tuttavia, mai espressioni sono state così confacenti ad uno dei giocatori che, per ben due decenni, è stabilmente appartenuto al salotto buono del calcio internazionale.

Sia gli appassionati del “futbol” ad Est degli Urali, sia tutti coloro che all’epoca ne hanno gustato in prima persona un’estrema eleganza mai fine a sè stessa, sono unanimi e concordi nel descrivere Oleg Blochin come il prototipo, l’emblema, il simbolo di un calcio sovietico, quello di allora, il cui confronto con quello odierno è, senza inutili e poco attinenti giri di parole, letteralmente impietoso.

Il suo metro ed ottanta, unito ad una velocità esplosiva e ad un sinistro preciso all’occorrenza ed altrettanto beffardo quando i classici fronzoli erano del tutto superflui, sarebbero utili ad un calcio moderno dove egli non sfigurerebbe affatto. Il suo successo, dentro e fuori dal campo, è stato forse dovuto proprio a questo. Oltre a doti fisiche e tecniche immerse in un calcio, quello compreso tra la fine degli anni Settanta e gli albori degli anni Novanta, dai ritmi relativamente blandi se comparati con quelli attuali, Oleg attirava su si sè l’attenzione dell’opinione pubblica anche per un look non esattamente convenzionale nell’Unione Sovietica di allora, legata a vincoli culturali inderogabili. A lui era permesso di tutto, persino passeggiare nei paraggi della Piazza Rossa in jeans e folta chioma al vento, in perfetto stile occidentale. Lo zar, l’incarnazione del football firmato Dinamo Kiev, il Pallone d’Oro 1975 oltrepassò (dopo 19 anni di Dinamo Kiev) verso Ovest le proprie frontiere calcistiche, con una militanza austriaca condita da 41 presenze e ben 9 reti.

Ciò che è stato finora detto sembrerebbe disegnare i tratti di un mostro sacro a tutti gli effetti, alla stregua di gente come Sheva o Lev Yashin. Un’aura, quella del campione indiscusso, quello senza “se” e senza “ma”, arricchita da aneddoti vari e fascinosi, come nella più avvincente delle storie. Nonostante la sua predilezione sia sempre ricaduta sul mancino (suo marchio di fabbrica), sembra che Oleg allenasse anche il destro. Il metodo era del tutto singolare ma a conti fatti funzionante. Egli usava dividere la porta in zone numerate, calciando di destro verso ognuna di queste frazioni.

A proposito di storia, un suo studio approfondito non può affatto prescindere dalla memorizzazione di date che segnano passaggi cruciali tra l’oblio dell’oppressione e la vetta della libertà. Ebbene, la vetta di cui è stata appena fatta menzione è, per quel che concerne questa meravigliosa storia calcistica, quella del 9 settembre 1975. Con una facilità a dir poco disarmante, Blochin mise al tappeto quattro difensori di un Bayern Monaco che tra le sue fila contava anche un certo Franz Beckenbauer, realizzando una rete che replicò per ben due volte meno di un mese dopo, in occasione del match di ritorno.  Una Supercoppa Europea ed un Pallone d’Oro ne furono degno e doveroso riconoscimento, insieme all’elogio di un Beckenbauer, notoriamente mai avvezzo a complimenti, che lo descrisse come il migliore avversario mai affrontato.

Dribblare un avversario con concretezza europea  e segnare raffiche di gol (211 in 433 presenze con la sola Dinamo) con il proprio sinistro fatato sono solo due degli aspetti che ne hanno delineato la figura. Il terzo, finora parzialmente tralasciato, è stata una velocità fuori dal comune. Una mamma campionessa ucraina dei 400 piani ed un padre fisicamente molto prestante hanno, con ogni probabilità, contribuito alla nascita di un atleta a tutto tondo. Pare infatti che Blochin percorresse i 100 metri piani in soli 11 secondi, complici anche gli allenamenti condivisi con il rivale di sempre del nostro compianto Pietro Mennea, Valeri Borzov.

Coloro che, come colui che vi sta scrivendo, hanno potuto gioire della gioia mondiale del 2006, ricordano perfettamente Blochin alla guida di una Nazionale ucraina che battemmo grazie alla giornata di grazia di un certo Zambrotta ed al piglio spietato di Luca Toni, autore di due gol. La sconfitta contro i futuri campioni del mondo permise comunque a quella Nazionale, che allora vedeva in Sheva la propria punta di diamante, di raggiungere quello che ad ora risulta essere il miglior risultato conseguito dagli ucraini in un mondiale.

Calciatore, allenatore, esponente politico. Si, perchè Blochin è stato anche Deputato del Partito della Patria. Tramite una sua dichiarazione, egli arrivò ad ipotizzare la chiusura del campionato ucraino ai calciatori stranieri, sostenendo che l’Ucraina del calcio doveva essere restituita agli ucraini.

Tralasciando lo scalpore che destarono queste parole, l’influenza esercitata da Blochin nei confronti del calcio sovietico prima ed ucraino adesso è indiscutibile e forse degna di interpretazioni. Tutto ciò a differenza di una qualità senza eguali, di una classe meritevole di essere rimembrata e di un profilo che, indubbiamente, ha aperto il calcio sovietico al mondo intero. Grazie, Oleg Blochin.

Danilo Ciocca

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