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Shalimov: dalla Russia al Tavoliere

Chi sta scrivendo è affetto dal cruccio cronico di essersi anagraficamente perso non una semplice squadra, ma un organico che ha fatto sognare milioni di spettatori ed osservatori, con un calcio in grado di andare oltre l’assillo del risultato numerico. Una squadra, il Foggia targato Zeman, che ancora ai giorni nostri, nonostante siano trascorsi quasi tre decenni, rimane fortemente ancorata nei racconti di chi ha avuto il piacere e l’onore di “rifarsi gli occhi” di fronte a tanta beltà calcistica.

Nessuno, soprattutto in epoche nel quale il calcio è dominato da un Dio denaro che, come una brezza incontrollabile, trascina via da una squadra all’altra i campioni più titolati, avrebbe mai pronosticato un exploit dalla portata simile. Corazzate come Milan, Inter e Juventus, fregiate da trofei e da un blasone certamente maggiori, ricordano ancora, nelle persone di chi all’inizio degli anni ’90 ha indossato codeste casacche, non soltanto un calcio veloce ed imprevedibile, ma anche il boato ingestibile e fragoroso di una folla che, con la puntualità di un orologio svizzero, riempiva lo Zaccheria in ogni ordine di posti, per seguire quello che era un vero e proprio spettacolo, dal risultato tutt’altro che scontato.

Ma di chi fu il merito? Come fu possibile che una squadra di provincia riuscì a dare filo da torcere a gente che vinceva a destra ed a manca? Se è vero che il calcio costituisce, nonostante sporadiche eccezioni, uno sport di squadra, è altrettanto vero che gli onori sono da spalmare su più soggetti, rei di aver messo a disposizione di un sogno tutto ciò che era necessario per tramutare quest’ultimo in realtà. Inutile soffermarsi su un allenatore, Zeman, di cui si sono scritte pagine e pagine, talvolta anche in negativo. Del tutto superfluo intaccare genio e sregolatezza del direttore sportivo di allora (Pavone) e del Presidentissimo Casillo. Più fruttuoso, vista anche la natura di tale blog, sarebbe concentrarsi sugli eroi di quel Foggia, su chi ha realmente messo piede in campo seguendo alla lettera le disposizioni di un boemo che, a detta di molti, avrebbe meritato di calcare palcoscenici senz’altro migliori.

Tra questi vi sono senza ombra di dubbio alcuna calciatori poco conosciuti fino ad allora, provenienti da Paesi che, dopo aver visto sgretolarsi la coltre densa ed irrespirabile della Guerra Fredda, stavano man mao cercando anche la lor identità calcistica. Da Dan Petrescu ad Igor Kolyvanov fino ad arrivare a Shalimov, Foggia è servita loro, con fortune non sempre uniformi, a fare da rampa di lancio verso carriere assolutamente onorevoli. In questo articolo ci si concentrerà sul terzo della lista appena redatta, Igor Shalimov.

La sua infanzia è pressochè analoga a quella di molti ragazzini di allora, costretti a barcamenarsi nei meandri di una realtà impossibile da definire semplice. Figlio di una cuoca e di un operaio, il giovane Igor provò a conferire realtà ad una passione facendosi le ossa, insieme al fratello, nelle giovanili di una della squadre più celebri del calcio russo e sovietico in generale: lo Spartak Mosca. All’età di 16 anni lascia la scuola, con il calcio che lo allontanò da quello che sarebbe stato un destino non dissimile da quello paterno. Le uniche sue passioni giovanili, insieme al rettangolo di gioco, erano il tennis e la lettura dei grandi classici russi. Un hobby, quest’ultimo, che Igor abbandonò subito dopo al suo sbarco in Italia, dedicandosi a svaghi che, dopo un esordio folgorante nel suo primo anno foggiano, lo distoglieranno gradualmente da una classe indiscutibilmente cristallina.

Shalimov, per qualità ed abnegazione, sembrava essere il calciatore perfetto per un centrocampo, quello zemaniano, che doveva per forza di cose abbinare una buona predisposizione fisica a qualità tecniche capaci su supportare l’incisività offensiva. Duttilità, intelligenza tattica, buone tempistiche negli inserimenti senza palla ed una certa confidenza nel gonfiare la rete convinsero Zeman ad affidare a lui le chiavi della zona mediana, Una fiducia, questa, che nella sola stagione 1991-1992 fruttarono al Foggia tutto la bellezza di 11 gol tra campionato e coppa nazionale. Un affare bello e buono, se si considera il corrispettivo economico versato allo Spartak. Secondo un aneddoto che sa di leggenda, sembra che Casillo contraccambiò la richiesta dei russi di 1 miliardo e 400 milioni di lire con un carico di grano.

Nella città del Tavoliere, come in precedenza accennato, Shalimov non trovò soltanto i gol, la consacrazione e la fama. Anzi, se si pensa ai legami con quest’ultimo fattore, è proprio qui che egli abbandonò i romanzi russi in favore di sigarette, alcol, un’avvenente fidanzata (russa anche lei) e piuttosto assidue frequentazioni nei locali più in voga di Roma e Milano. Conformemente ad altri calciatori le cui doti avrebbero potuto e dovuto trovare maggiore vigore , Shalimov si perse man mano. Affascinata dalle prestazioni che hanno trapuntato l’annata foggiana, l’Inter decide di investire su di lui. La permanenza milanese durò tre anni, tra alti e bassi che non riuscirono pienamente e ricambiare la fiducia in lui riposta da una piazza, quella interista, sicuramente più esigente di quella dalla quale Igor proveniva.

Visti anche e soprattutto i suoi eccessi extracalcistici, la squadra passata nelle mani di Moratti scelse nel 1995 di cedere Shalimov ai tedeschi del Duisburg. La Germania diventerà per Igor la tappa iniziale di un apparentemente incessante andirivieni chiusosi in Italia, dapprima con le maglie di Bologna ed Udinese, poi con quella del Napoli. In Campania la corsa di Shalimov venne spezzata da un episodio che rappresenterà l’epilogo di un percorso ventennale. Gli venne infatti inflitta una pena di due anni a causa dell’assunzione di nandrolone. Shalimov giustificò tutto questo affermando di aver preso questa sostanza indirettamente, mangiando carne cruda su consiglio del proprio medico curante..

A trent’anni, Igor dovette riporre i propri scarpini, avviandosi verso una panchina divisa tra  Nazionale russa femminile, il Krasnodar, l’Uralan ed il Chimki. La chioma fluente e la giovinezza sono volati via, insieme ad una classe che, malgrado questo, non cesserà mai di esser perennemente stampata in chi ha visto in lui uno dei simboli di una squadra mitologica, senza eguali.

Danilo Ciocca

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