Ucraina URSS

La triste storia dello Stroitel Pripyat

La storia del disastro di Chernobyl e dello Stroitel Pripyat, squadra di calcio locale che, il 26 aprile 1986, era in campo per una partita di coppa. Non avrebbe giocato e neppure inaugurato lo stadio Avanhard il primo maggio successivo. I calciatori e la popolazione locale, per quanto fu possibile alle autorità, mossesi troppo tardi, furono evacuati. Ma il disastro del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, risparmiò pochi, sconvolse la vita dei residenti di Pripyat, e segnò l’inizio della fine dell’Unione Sovietica.

Una nuova era dello sport sovietico interrotta sul più bello

Lo sport sovietico viveva in quegli anni un periodo di grande fervore. L’URSS dei lituani Sabonis, Marciulionis e Kurtinaitis avrebbe vinto l’oro alle Olimpiadi di Seul ’88, sconfiggendo gli americani in semifinale e prendendosi la rivincita contro la Jugoslavia di Drazen Petrovic nella finalissima. Nel calcio, erano invece gli ucraini del blocco Dinamo Kiev a farla da padrone, con il Colonnello Lobanovskyj alla guida. L’inopinata sconfitta col Belgio agli ottavi di finale di Messico ’86 aveva posto il freno ad una possibile cavalcata dell’Armata Rossa del calcio. I Tulipani di Van Basten, Rijkaard, Gullit e Rambo Koeman sconfissero i sovietici nella finale di Euro ’88. Il canto del cigno, a Italia ’90 quando l’URSS uscì nei gironi, per “mano” (sempre de Dios, ma meno conosciuta della prima) di Maradona e compagni.

Di lì a poco, l’Unione Sovietica si sarebbe disgregata, e il mondo intero si sarebbe trasformato, a fatica, in qualcos’altro. Migliore o peggiore, è un confine che nessuno storico, al tempo, fu capace di individuare in maniera così sottile.

Lo Stroitel Pripyat e lo stadio Avanhard

L’energia nucleare, la costruzione delle centrali e di città (Atomgrad) attorno ad esse, facevano parte di un’idea di progresso, sicurezza ed esclusività, nell’ottica dell’approvvigionamento energetico del paese. Ovviamente, si trattava anche di implementare un sistema credibile di deterrenza nucleare. Più centrali, più energia, più potere.

Una vista dello stadio e della città di Pripyat.

A partire dal 1970, venne edificata da zero una città attorno alla centrale di Chernobyl, Pripyat, nell’area ucraina accanto al confine con la Bielorussia. Se le Atomgrad erano malviste, , Pripyat faceva eccezione.
E non poco. Avanguardista, giovane (nel 1986 l’età media era di 26 anni) e, soprattutto, sportiva. Un parco giochi con ruota panoramica che tutt’oggi ricorre nelle immagini d’archivio. Due campi sportivi, per fare in modo che i giovani lavoratori avessero svago nel tempo libero. Dieci palestre, tre piscine e dieci poligoni di tiro.

“Stroitel” sta per “costruttori”. E lo Stroitel Pripyat nasce in contemporanea con la città. Una società calcistica che raccoglieva i migliori talenti della zona, in particolare dal villaggio limitrofo di Chistogalovka e fra coloro che avevano contribuito alla costruzione della centrale.
La fondazione della squadra si deve principalmente a Vasili Kizima Trofimovich, figura rispettata all’interno dei circoli sovietici, insignito del prestigioso Ordine di Lenin. Dal Chistogalovka arrivò il capitano Viktor Ponomarev, mentre all’inizio degli anni Ottanta, Anatoly Shepel, ex Dinamo Kiev e Chernomorets, si unì alla squadra come player manager.

Lo Stroitel giocava in un piccolo campo poco fuori Pripyat, sufficiente ad ospitare le partite della seconda e terza serie dei campionati regionali di Kiev.
Lo sviluppo crescente della squadra, rese però necessario un investimento maggiore. Fu quindi deciso, attraverso l’influenza del sindacato da cui prenderà il nome, di costruire uno stadio più grande, polifunzionale. Un impianto in grado di ospitare tanto eventi sportivi quanto propagandistici. Nacque così lo stadio Avanhard, la cui partita inaugurale era prevista per il 1° maggio 1986, in concomitanza con la festa dei lavoratori.

La scomparsa dello Stroitel Pripyat

Il 26 aprile 1986, lo Stroitel Pripyat era in campo a fare riscaldamento. Si stava preparando ad affrontare, per la semifinale di Coppa della Regione di Kiev, il Mashinostroiteli, della vicina Borodyanka.

La partita non si sarebbe mai giocata. Così come un torneo dedicato alle giovanili, da tenersi lo stesso giorno. Un elicottero atterrò al campo d’allenamento del Mashinostroiteli, per avvertire della cancellazione del match poco prima della partenza per Pripyat. I calciatori dello Stroitel furono invece prelevati direttamente al campo, fra lo sconcerto generale. Erano andati lì a giocare una partita, e non avrebbero mai più rivisto né quel campo, né tantomeno inaugurato l’Avanhard cinque giorni più tardi.

Una volta evacuata Pripyat, diversi giocatori trovarono ricollocazione in altri piccoli club, felici di ospitare chi era stato costretto dagli eventi a mettere radici altrove.
Altri diedero vita, nel 1987, nella città di Slavutych, al nuovo FC Stroitel. La costruzione di Slavutych, a soli 45 km da Pripyat, si deve alla necessità di ricollocare gran parte degli abitanti della città in cui nessuno avrebbe più potuto fare ritorno. Lo Stroitel Slavutych andò avanti per meno di due stagioni, sciogliendosi alla fine del 1988, vista la decisione di molti suoi calciatori di allontanarsi ulteriormente dai luoghi del disastro.
Lo Slavutych trovò la rifondazione nel 1994, ma già nel 1998 si sciolse definitivamente.

Gli spalti dell’Avanhard Stadium oggi. Che desolazione.

Il relitto dell’Avanhard, stadio che mai servì al suo scopo se non per due piccole manifestazioni a ridosso dell’inaugurazione ufficiale, è oggi luogo di pellegrinaggio di molti visitatori. Un elemento di culto, considerato alla stregua di una metafora della dissoluzione sovietica e di tutto ciò che sarebbe potuto essere e che, invece, non è stato.
Oggi lo stadio Avanhard si presenta come una foresta. Alle spalle, la ruota panoramica, icona indiscussa della città fantasma di Pripyat. Sembra di essere in un mondo post-apocalittico. Un retaggio triste di una guerra nucleare che non ha lasciato superstiti.

Le conseguenze del disastro

Anche dopo il disastro di Chernobyl, l’Unione Sovietica ha proceduto per qualche tempo, come se nulla fosse. Ma era accaduto, e di lì a poco gli effetti sarebbero stati tangibili. La pioggia radioattiva, la rilocazione forzata di intere famiglie e popolazioni a cavallo fra Bielorussia e Ucraina, un’immagine internazionale ormai priva di ogni credibilità, faticosamente conquistata nel presunto vantaggio nella corsa agli armamenti (e nella deterrenza nucleare) degli anni ’50 e ’60, mentre gli americani morivano a migliaia in Vietnam: tutto questo segnò l’inizio della fine del regime sovietico.

Sebbene non fosse il tipo di esplosione provocata da una bomba atomica, le conseguenze post-scoppio furono anche peggiori: il reattore in rovina rilasciò nell’atmosfera una nuvola di polvere ben novanta volte più radioattiva dei prodotti rilasciati durante l’esplosione della bomba atomica a Hiroshima.

La radioattività colpì in modo severo sia l’Ucraina sia la Bielorussia, a causa dei venti e della centrale nucleare al confine. Il comportamento delle autorità sovietiche fu vergognoso. Nessun annuncio ufficiale fu effettuato nei primi tre giorni dall’accaduto, fino a che in Svezia si lamentò l’alto tasso di radiazioni presente nell’aria.

Quelli cresciuti negli anni Ottanta, nell’URSS e nei Paesi vicini, sono la “generazione Chernobyl”. Tornano alla mente le parole della leggenda ucraina, attuale allenatore della nazionale, Andriy Shevchenko, che aveva 9 anni all’epoca del disastro e viveva con la famiglia nell’Oblast di Kiev, a 245 km da Chernobyl:

“Da piccolo una volta calciai un pallone che finì sul soffitto di un edificio. Mi avventurai per recuperarlo e mi accorsi che era pieno di palloni. Li raccolsi e li portai a casa. Mio padre mi fermò, aveva con sé uno strumento per controllare la radioattività degli oggetti. Quei palloni erano delle bombe radioattive”

Articolo in collaborazione con Football and Life che ha anche una pagina Facebook. Un enorme grazie all’intera redazione.

Matteo Baltico
Amo il calcio e tutto ciò che concerne l'Est Europa, tanto che ho deciso di fondare questa pagina nel luglio del 2018. Amo parlare di questo tipo di calcio, ma adoro questo magnifico sport senza nè limiti e confini spaziando dal Laos sino a Cuba. Fin qua nulla di speciale, ma quanta gente conoscete che guarda il campionato kirghizo e tagiko? Ecco, ne avete trovato uno...
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